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Home Note culturali Affreschi: una lettura critica

AFFRESCHI: UNA LETTURA CRITICA

Da qualche anno stanno venendo alla luce, quasi sempre in maniera abbastanza fortuita, in vari paesi del Basso Cilento affreschi quattrocenteschi di buona qualità. A questi nuovi ritrovamenti si sono affiancati interventi di restauro e studi specialistici che hanno permesso una più efficace lettura di testi già "conosciuti", nel senso che non se ne ignorava l'esistenza, ma la cui definizione critica (e talvolta anche cronologica) lasciava molto a desiderare. Per fare un solo esempio, il più importante ciclo di affreschi del Quattrocento (e di un Quattrocento ormai avanzato, certo oltre la metà del secolo), quello in San Filippo di Agira a Laurito, viene ancora ritenuto, almeno a livello locale, come un'opera di cultura bizantina!

Tutti questi ritrovamenti, e quindi la possibilità di analizzare in maniera più organica e su una più vasta campionatura la produzione pittorica cilentana quattrocentesca (ma il discorso che andiamo a fare non riguarda solo il Quattrocento), vanno aggiungendo importanti tasselli a una tesi critica che da tempo vado sostenendo e che vedo incontrare un consenso sempre più vasto tra gli specialisti: l'esistenza cioè di una autonoma cultura artistica "lucana", con sue specifiche caratteristiche (e sia pure, come è naturale, non immune da contatti con altri centri di più evoluta cultura pittorica, Napoli innanzitutto) e che si irraggia nelle zone interne del Cilento meridionale e del Vallo di Diano, oltre a dominare in Basilicata.

Un esempio su tutti: gli affreschi di Ripacandida nel potentino sono ormai riconosciuti dagli studi opera di quel Nicola da Novi (l'attuale Novi Velia) che firma un affresco anche nel convento di San Francesco a Senise. Con quell'importante ciclo di affreschi (il maggiore in quel tempo in Basilicata) hanno forti punti di contatto sia l'Andata al Calvario nella chiesa della Pietà a Teggiano, datato 1487 e commissionato dai Sanseverino (committenza che più illustre non potrebbe immaginarsi nella zona) sia un singolare affresco di difficile decifrazione iconografica, ma anch'esso, come il dipinto di Teggiano, portatore di una forte valenza simbolica, conservato in una stanza del palazzo ora denominato "palazzo La Quercia" a Roccagloriosa; affresco già di epoca cinquecentesca e voluto da Andrea Carafa conte di Santa Severina, nonché signore di Policastro, del cui territorio feudale faceva parte anche Roccagloriosa. Dunque anche i più illustri feudatari del regno non disdegnavano di servirsi, nei loro feudi, di maestranze pittoriche "locali", non chiamate espressamente da fuori e cioè da Napoli. Senza contare il fatto, a conferma di quanto stretta fosse la circolazione di cultura pittorica tra queste terre "lucane", che Antonella D'Aniello, commentando il ciclo di Laurito nel catalogo della mostra sul Cilento ritrovato, ipotizzava una identità di mano tra quelle pitture e la Andata al Calvario di Teggiano.

Tra gli ultimi ritrovamenti il piccolo ciclo scoperto nella chiesa parrocchiale di San Biase appare di particolare interesse. Innanzitutto, perché certamente non era isolato in quella chiesa, anche se sarà purtroppo abbastanza improbabile trovare altre pitture nascoste sotto le superfici intonacate; poi perché permette indirettamente di ricostruire, sia pure per ipotesi e solo parzialmente, la possibile struttura originale dell'edificio: cosa era il vano che ospita le pitture, una cappella oppure l'absidiola di un edificio dal tipico schema cassinese, con tre absidi e privo di transetto?

Terzo, perché conferma l'esistenza, nella zona, di un assai diffuso culto dei santi martiri. Infine perché assai stretto è il rapporto stilistico e culturale con altri cicli pittorici presenti nel basso Cilento, e segnatamente il già ricordato ciclo di Laurito e poi, soprattutto, quella della cappella dei martiri a Lentiscosa. Nel ciclo di San Biase sono palesemente all'opera più di un pittore, forse il maestro principale affiancato da qualche aiutante: curioso il fatto che ad eseguire la figura del santo titolare della chiesa, Biagio, sia stato incaricato il pittore meno dotato! La maestranza pare comunque essersi divisa i compiti: il pittore all'opera nella volta, dove sono raffigurati i quattro evangelisti, sembra vicino, nel modo di modellare le pieghe e nel taglio stesso delle figure, al maestro che eseguì gli affreschi di San Filippo di Agira a Laurito, mentre il pittore che affresca la parte di fondo si apparenta molto strettamente con l'autore dei dipinti nella cappella di Lentiscosa. In quest'ultimo ciclo sono replicatamente raffigurati, e in maniera quasi ossessiva, le figure di san Sebastiano e di santa Sofia. Seppur allo stato larvale anche sulla parete sinistra della cappellina-absidiola di San Biase è raffigurato san Sebastiano, e mi chiedo se la figura di martire sulla parete di fondo -e che reca in mano una croce e sull'altra una costruzione che non è certamente una torre (attributo iconografico di santa Barbara) ma un edificio ecclesiale che mi pare avere una qualche somiglianza, per quanto le lacune lascino intravedere, con la chiesa di Santa Sofia a Benevento- non rappresenti proprio, anch'essa la stessa santa così ossessivamente presente a Lentiscosa.

Prof. Francesco Abbate

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