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I CENOBI DI SAN BIASE E DELLA FASCIA SETTENTRIONALE DELLA CHORA DI VELIA - I monaci di rito greco nel Vallo di Novi

Nel 2004 l'abbazia di Grottaferrata di Roma ha celebrato il millenario della morte di san Nilo e per l'occasione ha organizzato una serie di manifestazioni a livello internazionale in collaborazione con l'amministrazione comunale di Grottaferrata. Anche la nostra diocesi ha ricordato le sue origini basiliane favorendo manifestazioni niliane a Rofrano, a San Nazario, a Santa Barbara, godendo nelle varie manifestazioni della presenza dell' Archimandrita Generale di Grottaferrata, Abate P. Emiliano Fabbricatore.

Ancora nel febbraio 2006 in una conversazione tenuta a San Biase di Ceraso ho cercato di evidenziare le radici basiliane di quel piccolo villaggio. Si tratta di un casale sorto in contemporanea con la fondazione del cenobio di Santa Barbara di sicura origine basiliana.

La notizia riferita dall'Antonini che vuole il villaggio fondato dai monaci Benedettini non è sostenibile in quanto i monaci di Sant'Alferio arrivarono nella zona nel 1104. L'Antonini, a sostegno della sua tesi cita la Cronaca Cavense. Ma la Cronaca citata dall' Antonini parla di San Biase di Butrano che era uno dei quattro piccoli villaggi che formavano la borgata di Matonti e non di Santo Biase di Ceraso di cui egli era barone con residenza nell' attuale palazzo Ferrara. Lo Stesso Antonini asserisce che ai suoi tempi, cioè alla fine del Settecento, non c'era nessuna memoria del monastero dei Benedettini.

Da alcuni indizi possiamo senz'altro affermare che anche San Biase fu fondato dai monaci di rito greco. La prima laura sorse sulla riva destra del fiume Palistro all'altezza dell'attuale chiesa. In quel luogo i monaci vi edificarono il cenobio e la chiesa che dedicarono a San Biagio.

Ebner vuole che i monaci fondatori di Santo Biase provenissero da Velia. Il Maiese invece parla di semplici cittadini di Velia, che, in seguito alla persecuzione di Diocleziano, raggiunsero il territorio che si mostrava più sicuro. A tal proposito si racconta che anche il Santuario sia stato fondato da due coniugi velini, Ermete e Sofia, che per sottrarsi alla stessa persecuzione salirono sul monte per nascondere la statua della Madonna.

Ritengo improbabili i due fatti. Credo, invece, che sia il Santuario sia i casali alle falde del Monte siano da attribuire ai monaci basiliani che arrivarono nel Cilento in due fasi.

Nella prima vi arrivarono grazie a imbarcazioni mercantili che dalla Grecia raggiungevano i tre porti di Velia e non è improbabile che vi arrivarono anche al seguito di Belisario e Narsete durante la guerra gotica, come assistenti spirituali delle truppe. In questo primo momento si stabilirono nella parte meridionale della Chora di Velia e alle falde del monte Stella, soprattutto, nel fondo delle valli, quasi per nascondersi alla vista dei saraceni che battevano in continuazione le coste del Cilento.

In seguito, nei secoli sesto e settimo, il nostro Cilento fu letteralmente invaso da questi monaci. Vi fondarono un gran numero di celle dette laure donde prèsero il nome diversi paesi e villaggi, vedi Laurito, Laurino, Laurielli nel territorio di Vallo, Sant'Antonio della Laura presso Pattano e Li lauri nel territorio di Gioi e qualche contrada come Eremiti, Monte dei monaci.

L'Antonini scrive testualmente: "La collina su cui posa Castelnuovo nei secoli andati era tutta sparsa di piccole celle e romitorii e se ne vedono ancora molte in rovina". Questo afflusso si verificò prima della persecuzione iconoclastica del 726/28.

L'abbazia di Pattano risale a questo periodo. E sbagliano tutti coloro che vogliono l'abbazia di Pattano risalente al sec. X. Lo dicono, in maniera chiara, gli affreschi coperti da intonaco sulle pareti della chiesa in seguito alle leggi iconoclastiche.

Oggi, in più punti, affiorano tracce, e un intervento intelligente porterebbe alla luce gli affreschi delle pareti coperti di intonaco. Peccato che gli storici fino a questo momento non si siano accorti di questo fatto. È importante perchè gli affreschi coperti spostano la fondazione dell'abbazia in un periodo precedente il sec. VII, epoca della persecuzione iconoclasta.

La seconda massiccia immigrazione di monaci di rito greco in tutta la zona a monte della Chora di Velia si verificò, invece, a metà sec. X dopo l'occupazione della Sicilia, ne1952, da parte degli Arabi. Durante questa seconda immigrazione i monaci non vi arrivarono, via mare, perchè infestato dai saraceni, ma attraverso una via interna che dalle foci dei fiumi Lao e Mercuri (Calabria), raggiungeva il Lagonegrese e il Vallo di Diano con varie diramazioni verso fa costa. I monaci infatti, furono sempre alla ricerca di un clima che ricordasse il clima della Grecia e della Macedonia. Attraverso queste vie secondarie essi arrivarono nell'entroterra di Policastro. Si insediarono a Camerota, a San Giovanni a Piro e a Celle di Bulgheria, e molti raggiunsero Rofrano, Cuccaro, il Gelbison, Eremiti, Centola, San Mauro, Santa Barbara.

San Nazario era stato fondato prima. Come pure i cenobi di Rofrano Vetere e di Pattano. Il cenobio di Santa Barbara fu una punta avanzata di questa nuova ondata di monaci che dalle colline di Cuccaro invasero la parte settentrionale della Chora di Velia.

E' una ipotesi, la mia, che vuole la Chora di Velia divisa in due parti: la parte a sud vide i monaci di rito greco prima della lotta iconoclastica, la parte a monte, invece, conobbe i monaci provenienti dalla Calabria nella seconda metà del secolo X.

Il patriarca di Gerusalemme, Oreste, ci descrive queste due zone, "in finibus salemitanis", come una solitaria provincia monastica incuneata tra i confIni della Calabria e della Longobardia, tra l'impero bizantino e il Principato di Salerno. Ancora nel Settecento Pietro Pompilio Rodotà nella sua monumentale opera "Della Origine, progresso e stato presente nel rito greco in Italia" pubblicata ne11763, parlando di questa regione afferma che tra eremi, cenobi e abbazie ve ne erano più di mille.

"Una regione scrive il mai dimenticato amico dott. Ebner, abitata da un popolo profondamente religioso che già in tempi lontanissimi aveva ascoltato asceti orfici predicanti la penitenza e la purificazione dei peccati e che in età classica si era immerso nel divino: Elea pullulava di templi e la sua campagna di santuari, edicole, fonti, grotte e boschi sacri. Non meraviglia perciò che quel popolo si fosse lasciato subito conquidere dalla rivoluzione spirituale che agitò poi le folle attraendole irresistibilmente". Fu una zona tranquilla dove non vigevano le leggi di Leone III Isaurico e non risuonava il rumore della scimitarra per la presenza dei Longobardi. Parlando del viaggio di san Nilo nel Cilento il suo biografo dice: "Egli penetrò in una regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di eremi e cenobi bizantini". (...)

Ogni monastero aveva il suo TlPICON che consisteva in un breve cenno sull'origine del monastero con una serie di norme date dal fondatore stesso.

Una fisionomia diversa a seconda della personalità del fondatore. In qualche Tipicon si dice esplicitamente: "Questi canoni composti nelli santi seu universali ecumenici sinodi dalli congregati santi et divini patri et massime dal magno et divino Basilio".

Non c'erano rapporti tra i vari cenobi. Il cenobio di Santa Marina delo Grasso distante poche centinaia di metri dall'abbazia di Pattano non ebbe nessun contatto con quest'ultima. Nel 1085, addirittura, l'abate di Santa Maria di Pattano lo occupò, per qualche tempo, con la forza.

Nella regione i primi cenobi furono strutture semplici, per lo più, a un solo piano, in legno e in muratura con pochi ambienti per la dimora dei monaci e per conservare i prodotti della terra. I più attrezzati avevano un piano superiore destinato esclusivamente ad abitazione dei monaci, come Santa Maria di Pattano. È solo in epoca normanna che queste piccole strutture prenderanno la fisionomia di veri cenobi, tali da poter competere con le coeve costruzioni benedettine.

È da pensare che alcuni monaci stanziatisi a Santa Barbara si siano staccati dalla comunità di Santa Barbara diretta dall'abate Cosma impegnato in quegli anni a "roncare" e a realizzare cesine per la semina di cereali per continuare la loro marcia.

La prima laura la fondarono presso il fiume Palistro vicino alla Via del sale.

Anche questa laura, come la laura di Santa Barbara, la dedicarono ad un santo orientale, San Biagio di Sebaste di Armenia. La Via del sale era frequentata in continuazione da carovane che da Velia, attraverso la valle di Montescuro, il passo beta, (il passo alfa si trovava dalla parte opposta dalla parte di Cannalonga), raggiungevano il Vallo di Diano. Era la via che portava alle due vie istmiche: quella, a nord, che collegava Poseidonia con Sibari attraverso la valle del Fasanella, il Vallo di Diano e la Valle del Sinni, e quella, a sud, del Pollino. Attraverso questa via arrivava il sale dalle miniere del Pollino ai porti di Velia e non viceversa come comunemente si pensa.

I monaci della nuova laura di Santo Biase furono a contatto con i tanti mercanti che scendevano verso Velia. Tante volte sfiniti, affamati, febbricitanti, dopo settimane di cammino, attraverso boschi, dove bisognava aprirsi il sentiero tra la boscaglia con difficoltà di ogni genere. Scalzi, bisognevoli di tutto, con quello che restava dei loro miseri vestiti, bisognosi di medicazioni a ferite, magari, ancora sanguinanti. I monaci volevano essere al loro servizio per apprestare le prime cure. E dopo qualche tempo sentirono la necessità, addirittura, di attrezzare qualche locale a piano terra del loro cenobio per dare ospitalità a quei viandanti. Fondarono così l'ospedale. Era nel loro stile mettersi a disposizione dei pellegrini e dei forestieri. Si sarà trattato di una specie di xenodochio, dove i poveri viandanti venivano rifocillati e curati.

L'Antonini parla di questo ospedale attribuendone la fondazione ai monaci Benedettini. Si deve invece ai monaci italo-greci. Essi, infatti, col passare del tempo dovettero far fronte alla moltitudine di pellegrini che dai paesi vicini arrivavano a Santo Biase, per venerare il Santo di Sebaste, protettore della gola, che, nel giorno della festa arrivavano a Santo Biase. Anche per loro non solo assistenza spirituale, ma interesse anche per i mali del corpo.

Nel cenobio di Pattano i monaci fecero la stessa cosa per i pellegrini che arrivavano per venerare san Filadelfo.

I monaci di Santo Biase, certamente, col passare del tempo, lungo il fiume, avranno costruito il mulino e il trappeto come i confratelli di Santa Barbara. Ma alcuni continuarono ancora la loro marcia. E la loro azione fu svolta in una vasta zona che si estendeva dal fiume Palistro alle colline di Sant'Antuono. Rimane, ancora, il toponimo che richiama, certamente, la presenza di una cappella in onore del santo eremita. Un santo di origine egiziana al quale si ispiravano nella loro vita eremitica e a cui, probabilmente, dedicarono una cappella là dove, oggi sorge una edicola sacra in onore della Madonna.

Nella stessa zona esiste, ancora oggi, un fabbricato in buono stato la cui struttura richiama, certamente, la presenza di monaci. Li troviamo presenti nella zona a nord di Massa. Lo desumiamo dal toponimo, Santo Janni. Raggiunsero Novi, dove vi si stanziarono fondando la chiesa di san Nicola (il culto di San Nicola è chiaramente bizantino), la chiesa di Santa Maria dei greci e il cenobio sulla via che oggi viene chiamata dei Greci, dove fino a qualche tempo fa vi era allocato il municipio.

In una platea del' 500 della chiesa di Santa Maria dei greci leggiamo di ben 53 terre intestate alla chiesa. (...)

È sintomatico il nome di uno di questi beni chiamato, ancora oggi, Giardino (Jardino) dei greci.

I monaci di rito greco furono presenti anche nel Vallo di Novi. La loro presenza è testimoniata dalle chiese di Santa Venera e dallo stesso culto di San Pantaleone e di san Zenone. In un inventario del'500 dei beni della chiesa di San Pantaleone leggiamo "di libri greci tutti squinternati". Nella stessa zona tra Vallo e l'abbazia di Pattano sorse il cenobio di Santa Marina delo Grasso (delo grasso per la fertilità del terreno), che rimase unito ai cenobi di Santa Barbara e di San Mauro fino al 1104.(...)

Ma il 14 luglio 1054 segna l'inizio del declino di questi monaci, benvoluti e stimati dal popolo e dal clero locale.

Si consuma a Costantinopoli lo scisma tra la chiesa d'Occidente con la chiesa d'Oriente. La chiesa cattolica nei loro riguardi cambia politica. Lo spazio per loro si restringe. Tramontano gli ideali religiosi connessi con i modelli bizantini e si da inizio alla rilatinizzazione della regione. In quest'opera emergono i monaci benedettini di Cava che nei Normanni trovano collaboratori fedeli. Per quanto riguarda l'abbazia di Pattano l'Antonini cita il documento del 993 dal quale desumiamo che l'abbazia era già consolidata.

Una seconda notizia riguardante l'abbazia risale al 1034. L'abate di Pattano, Nicodemo, fu chiamato a derimere una questione per un terreno conteso tra l'abate Oreste del monastero di santa Maria di Torricello, e l'abate Brancato del monastero di San Giorgio di Acquavella. In quella occasione l'abate Nicodemo si recò sul terreno i cui confini erano in contestazione e alla presenza del conte Rainolfo di Novi fu steso l'atto tra i due abati contendenti. La firma di quest'ultimo è in caratteri greci.

È tristemente famosa la visita dell'archimandrita Atanasio Calceopilo del 1457 che ne mise in luce le deviazioni degli ultimi decenni dell'egumeno Elia.

Essa era stata trasformata in una azienda agricola con monaci che non vivevano più gli ideali delle regole di San Basilio.

Nell'inventario redatto dall' archimandrita più che libri e pergamene compaiono attrezzi agricoli. Eppure tra quelle mura era vissuto il monaco Filadelfo, che aveva edificato le popolazioni del Cilento, attratti dalla sua santità. (. ..) Non esistono notizie che parlino di contatti dei cenobi anzidetti, situati alle falde del monte, con il Santuario del Sacro Monte, anch'esso di origine basiliana. In cima a quel monte i monaci non arrivarono dal versante meridionale ma dal versante orientale. E' su quel versante, infatti, che si svolgevano i riti più significativi come la purificazione nelle acque del fiume "sagrato".

La zona di influenza del Santuario corrisponde esattamente ai tre insediamenti basiliani, il Mercurion, il Latinianon e il Monte Bulgheria. È noto infatti che fino alla realizzazone della carrozzabile che porta al Santuario al nostro Santuario arrivavano solo pellegrini della Calabria, del centro della Lucania, dell'entroterra del golfo di Policastro e del Cilento. A nord, dopo il Sele, nessuno conosceva il Santuario (. ..).

Parliamo dunque dell'arrivo dei monoci anche su questo monte subito dopo il 952, anno della conquista araba della Sicilia, dalla quale furono cacciati.

La data di abbandono coincide con l'allontanamento dei monaci dai cenobi della valle da parte dei Norrnanni. I cenobi con i relativi beni passarono ai Benedettini di Cava che subentrarono nel 1104 ai monaci italo-greci del cenobio di Santa Barbara e dei monasteri dipendenti. Il documento anzidetto riferisce che il presbitero Riccardo in nome e per ordine di Guglielmo e della moglie Atruda consegnò "integram ecclesiam" di Santa Barbara "cum omnibus rebus stabilibus et mobilibus cum tota ecclesia Sancti Mauri et aliis omnibus ecclesiis que ipsae ecclesiae Sanctae Barbare subiectis et pertinetibus sunt".

Nello Stato di Novi l'unico cenobio che sopravvisse fu quello di santa Maria di Pattano di Pattano. Nello stato di Cuccaro, invece, sopravvissero i cenobi di San Nicola di Cuccaro, di San

Nazario e di Rofrano.

Don Carmine Troccoli

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