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Home Note culturali Restauri Restauro affreschi chiesa San Biagio

IL RESTAURO DEGLI AFFRESCHI DELLA CAPPELLA RITROVATA NELLA CHIESA DI SAN BIAGIO DI SAN BIASE.

Per la descrizione degli interventi di conservazione e restauro aventi per oggetto gli affreschi della cappellina ritrovata di San Biase, è necessario comprendere la complicazione data dalla situazione iniziale che potei constatare al momento del primo sopralluogo.

Nella chiesa, sul lato destro dell’altare maggiore, si notava una nicchia larga circa 1 metro, che avrebbe dovuto ospitare il busto ligneo della statua di San Biagio. Sulla parete curva della nicchia era stato realizzato uno squarcio dalle misure irregolari (circa 1 metro e 20 x m 0,70).

Attraverso questo squarcio osservammo il vano di un’intera cappella completamente affrescata, in stato conservativo pessimo, e col pavimento non visibile perchè colmo di frammenti di intonaco. Dopo altri accurati sopralluoghi eseguiti con i funzionari della Soprintendenza, si definì la prima parte degli interventi e, man mano, il seguito dei lavori.

Fase I : Pronto Intervento

Il piccolo foro d’ingresso fu lasciato tale per tutta la prima fase delle operazioni durante la quale è stata studiata sia l’influenza che la parete con la nicchia avessero sulla solidità dell’insieme sia la sicurezza al suo interno, poiché la volta era attraversata da numerose crepe. Fu costruito un piccolo ponteggio con “tubi-innocenti” adattandolo alle irregolarità di superficie della camera e dei piani di calpestio per poter eseguire i lavori di preconsolidamento e velinatura di protezione e fotografare il tutto a documentazione

dello stato conservativo dei dipinti e della tecnica di esecuzione. Tale ponteggio fu realizzato soltanto dopo aver prelevato dal suolo tutti i frammenti caduti ed aver posto un telo di cellophane per determinare il livello del piano iprima dell’inizio dei lavori. Inoltre realizzammo una puntellatura della volta in attesa di avere la certezza della sua solidità.

Un dipinto “a-fresco” è generalmente costituito da un supporto (muro in pietra) coperto dall’ “arriccio” e da due o più strati di intonaco, sostanzialmente simili a quelli che i muratori preparavano in passato per la costruzione degli edifici. Eseguito con i materiali disponibili in antichità, e con caratteristiche di durevolezza, il dipinto veniva realizzato su intonaci formati da materiale inerte (sabbia, polveri di marmo, cocciopesto, ecc.) e calce idrata. La reazione detta “carbonatazione” che avveniva tra il pigmento posto sull’intonaco ancora fresco, rendeva questo tipo di realizzazioni pittoriche particolarmente inalterabili se non, grossomodo, dalle stesse cause che danneggiano i muri di un edificio.

Il dipinto in oggetto ha all’incirca sette secoli ma i suoi colori, sebbene non ancora puliti e ricoperti da nerofumo, polveri ed altro sporco accumulatosi nel tempo, avevano conservato tutta la brillantezza e forza espressiva.

Durante il tempo-vita delle opere e quindi dei loro materiali, vari fattori possono intervenire sulla loro conservazione: invecchiamento naturale dei materiali, deterioramento dovuto ad attacchi biologici, climatici e fisico-chimici, danni dovuti all’intervento dell’uomo. Il ciclo di affreschi di San Biase è stato esposto, nel tempo, ad alti valori di umidità che hanno provocato seri problemi di coesione tra gli strati. Le decoesioni sono un problema molto grave poiché la mancanza di adesione è preludio al distacco e quindi alla perdita definitiva della parte pittorica.

Nel “pronto-intervento” sono quindi state eseguite le prime operazioni urgenti per evitare da subito il peggioramento della situazione conservativa.

Perciò sono state effettuate delle iniezioni di resine acriliche in emulsione acquosa (AC”“in acqua deionizzata) e, nelle zone dove le decoesioni avevano creato spazi maggiori di alcuni mm., utilizzammo una malta a base di calce idraulica, polvere di mattone, resine acriliche e sostanze utili all’emulsione del composto facendo in modo da far riaderire gli strati decoesi. Le iniezioni furono precedute da una velinatura con carta giapponese a grammatura media applicata con resine acriliche in soluzione per la protezione delle parti a rischio di caduta e furono eseguite anche nelle numerose crepe profonde che si trovavano sul verso della volta. Alcune stuccature nelle lacune e lungo il contorno delle zone dipinte furono eseguite per non far disperdere per colatura la malta e le resine e per migliorare la solidità degli strati di intonaco dando loro continuità. Queste furono realizzate con grassello di calce miscelata al materiale sabbioso ritrovato sul suolo della cappellina, scelto e setacciato, risultato della antica frammentazione del materiale di costruzione delle pareti affrescate.

Fase II: smontaggio della nicchia e della parete aggiunta.

Una volta sicuri della solidità statica della cappella fu eseguito lo smontaggio pietra dopo pietra della nicchia e della parete, molto lentamente e con circospezione, tenendo sotto osservazione le parti della superficie pittorica su cui aderiva la parete smontata ed intervenendo con consolidanti o piccoli puntelli in caso di bisogno. Infine furono rimossi i puntelli e si potè lavorare con più comodità. Questa fase fu portata avanti con la collaborazione ed il lavoro dei ragazzi della comunità parrocchiale e del parroco don Aniello Panzariello. Tutto il materiale smontato fu raccolto e conservato. Liberata la cappellina dalla parete che la nascondeva e, riportata in luce la testimonianza artistica più antica visibile al momento, la chiesa acquisì da subito un’immagine molto diversa e la possibilità di una lettura corretta dell’architettura e delle strutture decorative cancellate da secoli di rifacimenti.

Fase III: continuazione ed ultimazione delle operazioni di restauro conservativo.

Dopo aver rimontato un ponteggio più comodo ed effettuato ancora delle riprese fotografiche fu terminato il consolidamento degli strati preparatori e pittorici e le stuccature sia di profondità che a livello, con le tecniche utilizzate durante le precedenti fasi e su tutte le pareti interessate sia dal dipinto che da intonaci antichi. Prima di realizzare il ponteggio abbiamo effettuato uno scavo, a partire dal cellophane posto in terra all’inizio dei lavori, per raccogliere tutti i frammenti. Questo, anche per cercare elementi che dessero la certezza del piano di calpestio originale. Questo dato non fu subito chiaro ma come documentato dalle immagini fotografiche, esistono due piani il più avanzato dei quali è più
basso di circa trenta cm dell’altro e più alto di circa un metro rispetto all’attuale piano di calpestio della chiesa. Come testimoniano alcuni frammenti ritrovati in terra in profondità, tra cui due travi di legno in avanzato stato di decomposizione, è probabile l’esistenza in passato di un altare forse coevo agli affreschi e/o di una mensola sorretta da travi inserite nei fori esistenti sulla parete frontale della cappella.

L’esistenza di un altare o di una mensola sulla quale era posta probabilmente una statua è una possibilità (ma non l’unica): l’immagine dipinta al centro della parete frontale raffigura una nicchia con un drappo (possibilmente letta anche come raffigurazione dell’etimasia), mentre sia su questa parete che sulle laterali, troviamo le nicchie come elemento architettonico decorativo per la raffigurazione dei Santi. Il drappo ora visibile è stato riportato alla luce dopo aver asportato una ridipintura con l’immagine di una Madonna o Santa incoronata, certamente non originale, e realizzata forse poco prima che la cappellina venisse chiusa per sempre. Potrebbe essere successo che, perso l’altare o danneggiata la statua, si sia poi voluto raffigurare il santo o la Madonna rappresentata, sull’affresco, ma con tecnica “a secco”; cosa che non le ha fornito la stessa buona conservazione del resto delle pitture.

Fase IV: operazioni di restauro estetico.

L’ultima fase, la meno importante per la conservazione delle opere, ma la più importante per la loro fruizione e godibilità, è stata eseguita realizzando le ultime stuccature di superficie e le integrazioni pittoriche. Le stuccature sono state eseguite con polveri ottenute dal setacciamento dei
materiali caduti da intonaci antichi raccolti in precedenza nella cappella, con l’aggiunta di grassello di calce. Le integrazioni pittoriche sono state realizzate eslusivamente con l’utilizzo di acquerelli Winsor & Newton col metodo della selezione cromatica fiorentina laddove l’intuizione del disegno
e della cromia mancanti desse la certezza della soluzione e, ad astrazione cromatica fiorentina, dove ciò non fosse possibile. Le integrazioni di malta sulle grandi lacune sono state lasciate con una colorazione neutra che bene si adattasse al resto dei dipinti.

Osservazioni
La storia di quest’opera ha determinato una serie di interventi ed un programma di lavoro atipici, come spesso accade nel nostro territorio in cui un restauro, se affrontato ed eseguito con coscienza e conoscenza tecnica, è sempre una scoperta ed un’occasione per restituire alla comunità una
testimonianza storica ed artistica perduta. Spesso queste ultime vanno perdute perchè dichiarate obsolete dalla comunità (o, nel caso di beni della curia spesso perchè dichiarate tali nelle visite pastorali) e quindi
vengono distrutte o occultate da una parete costruita per nascondere l’opera in deterioramento. Ma l’aspetto più grave, mai abbastanza tenuto in considerazione, è che ancora oggi moltissimi tecnici restauratori si ostinano a modificare l’aspetto originale delle opere ricoprendole con strati di pittura (le famose “ridipinture”) realizzati a proprio gusto più o meno bene. Su questo tema cito un illustre studioso, Federico Zeri, il quale diceva che il patrimonio artistico italiano è stato distrutto più dai
”restauri” che da tutti i terremoti e le alluvioni verificatisi nei secoli. Conservazione e restauro hanno un ruolo fondamentale nella tutela del patrimonio artistico e storico, così come l’informazione per la comprensione del pregio e del valore delle opere (statue, quadri, suppellettili, elementi architettonici, eccetera) che le Chiese ed i Monasteri del nostro territorio fortunatamente ancora custodiscono.

Il restauro è stato eseguito da Rosa Anzani e Giuseppe Di Motta, con la collaborazione di Irene Cilluffo, Emanuela Faenza, Emilio Falivene, Gerardina Tozza, Rosanna Trotta. Direzione tecnica: Rosanna Romano.

Rosa Anzani

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