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CRONISTORIA DELLA SCOPERTA AFFRESCHI NELLA CHIESA DI SAN BIASE

Era nel febbraio del 1998, in comune accordo con i fedeli, decisi di invertire la posizione delle sculture religiose (il busto di S. Biagio al posto della statua di S. Antonio e viceversa) collocate nelle nicchie ai lati dell'altare della Madonna di Costantinopoli. Mentre la statua di S. Antonio si allocava bene nella sua nuova residenza, il busto di S. Biagio, avendo una pedana di base più ampia, necessitava di altro spazio alle sue spalle. 

S. Biagio abbatteva così la parete che lo separava dall'altra sua precedente configurazione artistica! Lo spettacolo che si presentò ai nostri occhi fu sbalorditivo: una cappella completamente affrescata con antiche iconografie religiose, tra cui quella di S. Biagio. 

Avvertita, la Soprintendenza B.A.P.P.S.A.E. di Salerno e Avellino – tempestivamente fece un sopralluogo ed ipotizzò la datazione dell'opera d'arte intorno alla fine del XIV sec. o inizi del XV sec. 

A questo punto, l'ufficio tecnico – Commissione Arte Sacra della Curia Diocesana di Vallo della Lucania e la Soprintendenza di Salerno e Avellino autorizzarono i successivi interventi necessari per la salvaguardia ed il restauro degli affreschi secolari.

 Iniziai a cercare chi potesse realizzare bene i lavori di restauro e chi potesse finanziarli. Conoscevo Rosa Anzani – Restauratrice d'arte – in quanto la professionista aveva precedentemente restaurato, della stessa Parrocchia, una tela della fine del XVII secolo raffigurante una Madonna delle Grazie con anime penanti. Rosa Anzani è nota negli ambienti del restauro d'arte avendo restaurato a tutt'oggi, numerose opere, anche nel Cilento. Quindi su mia richiesta, Rosa Anzani elaborò il progetto di restauro. Oggi, nonostante l'assenza di finanziamenti, richiesti a vari enti, i lavori di restauro sono stati ultimati, grazie alla sensibilità dei fedeli della Comunità del piccolo paese. La Comunità di San Biase deve essere orgogliosa non solo per l'obbiettivo raggiunto nel restaurare questa cappella ritrovata dopo secoli, ma per la scoperta della sua storia. 

Una comunità che non ha una propria memoria storica, che non considera come proprio punto di partenza ciò che le è stato tramandato e per lei custodito con cura come usanze, costumi, tradizioni adattate a regole di vita, tale comunità rischierebbe il nulla.

 Questa "scoperta" fa rivivere momenti di vita vissuta, scava nel tempo, che tutto inghiotte, per far riemergere la memoria; gli ambienti, gli oggetti cercano di riprodurre lealmente non solo il come, ma appunto, mostrare all'occhio di chi si addentra, che qui, in questa terra uomini hanno vissuto, hanno pregato, hanno lavorato. 

All'occhio attuale, spesso incauto, potrebbero sembrare cose di altri tempi; eppure, tutto ciò che noi ora abbiamo è passato anche attraverso queste mura e certamente coloro che le hanno realizzate lo hanno fatto con cura e amore. 

E da sempre ciò che è fatto con cura ed amore supera ogni possibile difficoltà. 

don Aniello Panzariello

parroco

 

UNA LETTURA CRITICA

Da qualche anno stanno venendo alla luce, quasi sempre in maniera abbastanza fortuita, in vari paesi del Basso Cilento affreschi quattrocenteschi di buona qualità. A questi nuovi ritrovamenti si sono affiancati interventi di restauro e studi specialistici che hanno permesso una più efficace lettura di testi già "conosciuti", nel senso che non se ne ignorava l'esistenza, ma la cui definizione critica (e talvolta anche cronologica) lasciava molto a desiderare. Per fare un solo esempio, il più importante ciclo di affreschi del Quattrocento (e di un Quattrocento ormai avanzato, certo oltre la metà del secolo), quello in San Filippo di Agira a Laurito, viene ancora ritenuto, almeno a livello locale, come un'opera di cultura bizantina! 

Tutti questi ritrovamenti, e quindi la possibilità di analizzare in maniera più organica e su una più vasta campionatura la produzione pittorica cilentana quattrocentesca (ma il discorso che andiamo a fare non riguarda solo il Quattrocento), vanno aggiungendo importanti tasselli a una tesi critica che da tempo vado sostenendo e che vedo incontrare un consenso sempre più vasto tra gli specialisti: l'esistenza cioè di una autonoma cultura artistica "lucana", con sue specifiche caratteristiche (e sia pure, come è naturale, non immune da contatti con altri centri di più evoluta cultura pittorica, Napoli innanzitutto) e che si irraggia nelle zone interne del Cilento meridionale e del Vallo di Diano, oltre a dominare in Basilicata. 

Un esempio su tutti: gli affreschi di Ripacandida nel potentino sono ormai riconosciuti dagli studi opera di quel Nicola da Novi (l'attuale Novi Velia) che firma un affresco anche nel convento di San Francesco a Senise. Con quell'importante ciclo di affreschi (il maggiore in quel tempo in Basilicata) hanno forti punti di contatto sia l'Andata al Calvario nella chiesa della Pietà a Teggiano, datato 1487 e commissionato dai Sanseverino (committenza che più illustre non potrebbe immaginarsi nella zona) sia un singolare affresco di difficile decifrazione iconografica, ma anch'esso, come il dipinto di Teggiano, portatore di una forte valenza simbolica, conservato in una stanza del palazzo ora denominato "palazzo La Quercia" a Roccagloriosa; affresco già di epoca cinquecentesca e voluto da Andrea Carafa conte di Santa Severina, nonché signore di Policastro, del cui territorio feudale faceva parte anche Roccagloriosa. Dunque anche i più illustri feudatari del regno non disdegnavano di servirsi, nei loro feudi, di maestranze pittoriche "locali", non chiamate espressamente da fuori e cioè da Napoli. Senza contare il fatto, a conferma di quanto stretta fosse la circolazione di cultura pittorica tra queste terre "lucane", che Antonella D'Aniello, commentando il ciclo di Laurito nel catalogo della mostra sul Cilento ritrovato, ipotizzava una identità di mano tra quelle pitture e la Andata al Calvario di Teggiano. 

Tra gli ultimi ritrovamenti il piccolo ciclo scoperto nella chiesa parrocchiale di San Biase appare di particolare interesse. Innanzitutto, perché certamente non era isolato in quella chiesa, anche se sarà purtroppo abbastanza improbabile trovare altre pitture nascoste sotto le superfici intonacate; poi perché permette indirettamente di ricostruire, sia pure per ipotesi e solo parzialmente, la possibile struttura originale dell'edificio: cosa era il vano che ospita le pitture, una cappella oppure l'absidiola di un edificio dal tipico schema cassinese, con tre absidi e privo di transetto? 

Terzo, perché conferma l'esistenza, nella zona, di un assai diffuso culto dei santi martiri. Infine perché assai stretto è il rapporto stilistico e culturale con altri cicli pittorici presenti nel basso Cilento, e segnatamente il già ricordato ciclo di Laurito e poi, soprattutto, quella della cappella dei martiri a Lentiscosa. Nel ciclo di San Biase sono palesemente all'opera più di un pittore, forse il maestro principale affiancato da qualche aiutante: curioso il fatto che ad eseguire la figura del santo titolare della chiesa, Biagio, sia stato incaricato il pittore meno dotato! La maestranza pare comunque essersi divisa i compiti: il pittore all'opera nella volta, dove sono raffigurati i quattro evangelisti, sembra vicino, nel modo di modellare le pieghe e nel taglio stesso delle figure, al maestro che eseguì gli affreschi di San Filippo di Agira a Laurito, mentre il pittore che affresca la parte di fondo si apparenta molto strettamente con l'autore dei dipinti nella cappella di Lentiscosa. In quest'ultimo ciclo sono replicatamente raffigurati, e in maniera quasi ossessiva, le figure di san Sebastiano e di santa Sofia. Seppur allo stato larvale anche sulla parete sinistra della cappellina-absidiola di San Biase è raffigurato san Sebastiano, e mi chiedo se la figura di martire sulla parete di fondo -e che reca in mano una croce e sull'altra una costruzione che non è certamente una torre (attributo iconografico di santa Barbara) ma un edificio ecclesiale che mi pare avere una qualche somiglianza, per quanto le lacune lascino intravedere, con la chiesa di Santa Sofia a Benevento- non rappresenti proprio, anch'essa la stessa santa così ossessivamente presente a Lentiscosa.

Prof. Francesco Abbate