Visite dal 15/12/2011

mod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_counter
mod_vvisit_counterOggi793
mod_vvisit_counterIeri2123
mod_vvisit_counterQuesta settimana6341
mod_vvisit_counterUltima settimana12925
mod_vvisit_counterQuesto mese26716
mod_vvisit_counterUltimo mese41610
mod_vvisit_counterVisite totali4011027

We have: 42 guests online
Your IP: 54.224.56.126
 , 
Oggi: 18 Ottobre 2018

ORA ESATTA

Fai una donazione

Grazie per il vostro contributo!

Enter Amount:

Sito registrato in


Home Note culturali Memoria storica

LA MEMORIA STORICA

    Don Carmine ha facilitato molto col suo intervento il mio compito. Ha trattato della problematica storica e culturale più complessa proponendo una ricostruzione di lungo periodo delle vicende che hanno interessato la vostra comunità. Domani il seminario sarà dedicato all’approfondimento degli elementi artistici evocando le dinamiche della bellezza legate al monumentum scoperto e restaurato, testimonianza appunto di una civiltà millenaria molto ricca.

     Di questa zona possedevamo già considerevoli documentazioni racchiuse nel dialetto, negli usi, nei costumi, ad esse si aggiungono ora quelle pittoriche di un quotidiano quanto mai interessante. Tuttavia, per parlare di arte occorrono adeguate competenze, chi le possiede, e certamente non è chi scrive, è in condizione di proporvi una visione complessiva e pregnante di un mondo e di una civiltà, della quale fornisce le coordinate culturali. Un esempio lo potete trarre dalla copia di una famosa opera d’arte binzatina che voi utilizzate per decorare il vostro ambone qui in chiesa. E’ una testimonianza artistica che consente di raggiungere il sublime grazie alla rappresentazione bizantina del Cristo: il colore diventa lo strumento di comunicazione per divulgare contenuti cristologici. Infatti, l’intensità pittorica nel raffigurare Gesù propone la sua divinità ricorrendo allo sfondo dorato nel mentre ci ricorda le due nature – l’umana e la divina -, una raffigurazione riproposta nell’atteggiamento della mano benedicente, una lezione d’arte, quindi, ma anche una grande capacità di esporre in sintesi in nostro credo. L’attenzione ad ogni particolare degli affreschi che avete recuperati vi consente di leggere, a secoli di distanza, testimonianze di vita quotidiana della vostra comunità.

     Nell’intervento che mi ha preceduto avete sentito parlare di storia, domani sentirete trattare degli aspetti artistici nell’entroterra velino, immagino perciò che sorga spontanea la domanda: allora cosa tratterai? Farò  un brevissimo intervento nella mia qualità di storico che insegna storia contemporanea in una facoltà di Scienze Politiche, abituato a misurare i processi in decenni e non in millenni.

     Innanzitutto desidero proporvi una mia riflessione sul perché di questo convegno, quale è il mio interesse nel parteciparvi. Alcuni dati aiutano ad avviare il ragionamento. Il comune di Ceraso nel 1991 contava, al censimento, 3055 abitanti, nel 2001 sono scensi a 2510, con una flessione di 545 abitanti, pari al 21,71 % della popolazione. E’ un dato interessante dal nostro punto di vista perché è la spia di una profonda crisi.

     Come porvi riparo? Il sindaco, appena arrivato il consigliere provinciale, ha esclamato: “abbiamo bisogno di denaro”. Dal suo punto di vista il problema è nelle dinamiche del bilancio.

      Per chi fa il politico e fa dell’arte del possibile la norma del suo operare, per ogni amministratore la possibilità di conciliare processi e situazioni a volte contrastanti deve  indurre ad operare delle scelte. Quali si rivelano ragionevoli per un contesto come quello dell’entroterra velino nel 2006? Da qui la necessità di cogliere le ragioni della crisi e le eventuali priorità nel cercare di porvi riparo.

      Da questa premessa deriva la seconda constatazione: gli affreschi restaurati come monumento e mappa mentale per un futuro diverso, ricordando ai presenti che queste considerazioni sono fatte in una parrocchia, in una chiesa nella quale siamo accorsi per riflettere e comunicare. Da qui una ulteriore considerazione: quante emergenze abitative ed articolazioni architettoniche di questa area negli ultimi duemila anni, non potendo fare affidamento sulla presenza della Chiesa, sono state cancellate, facendo perdere traccia? Una pericolosa insidia per la nostra identità! Perciò, grazie reverendo parroco per l’invito, per l’idea del seminario, per l’impegno nel custodire la memoria di un popolo. La sua iniziativa invita a darci delle priorità alla ricerca di rimedi alla crisi del territorio. Da piu’ parti si evoca una legge per i piccoli comuni, ma il nuovo dispositivo presuppone la capacità di conservare una ragione di vita a paesi come San Biase.

      Quale è la portata attuale di queste esperienze, una domanda che sempre si pone uno storico contemporaneo. Quanto è capitato in questa area 1500 anni fa e fino alla eversione della feudalità è un processo che, in parte, aiuta a comprendere quanto oggi si sta ripetendo in una dimensione globale: cosa scegliere tra scontro di civiltà e possibilità d’integrazione. Nel nostro territorio troviamo ragioni e speranze perché a prevalere sia un modello di convergenza e d’intesa, pur conservando la propria individualità: perciò, ben venga la riflessione di questa sera e, soprattutto, la presa di coscienza dei cittadini di San Biase, di tutto il comune di Ceraso rispetto alle sollecitazioni della contemporaneità, alle spinte della globalizzazione.

     Il processo che segna questa esperienza millenaria costituisce una emblematica riflessione sulla vicenda di un paese nel momento in cui il potere politico, allora assente e, addirittura, in una grave crisi di credibilità per le lotte intestine, non sa svolgere la propria funzione. E’  una occasione da parte di politici, di amministratori, del ceto dirigente che annaspa per riflettere e tentare di trovare le ragioni per porre un rimedio se non al trend demografico in flessione, almeno alle ripercussioni più gravi nei nostri centri. Nell’assenza del potere, la società civile e religiosa mille e cinquecento anni fa individuò le ragioni per continuare a sperare in un territorio estremamente tormentato a causa di una logica economica che lo utilizzava e lo sfruttava dimenticando gli interessi reali degli abitanti, a partire da un nefasto disboscamento che causò tanti mali, riflessione ancora oggi di grande attualità.

    A parte i toponimi, i santi protettori, utili per capire il perché della pervadenza di certi comportamenti socio-religiosi, riflettere sul modello di monaco nel quale c’è la macerazione, la condivisione del quotidiano col popolo, intorno al convento o laura si organizza la vita grama di una società di pastori e di agricoltori, i quali individuano nell’abate il loro leader protettore, al quale assegnano una funzione importante e, per alcuni aspetti, ancora attuale per l’eventuale presenza o assenza di altri gestori del potere. Così il monaco diventa l’animatore non solo della religiosità, ma anche delle esperienze di ogni giorno. Egli organizza il lavoro, insegna le modalità migliori per coltivare il territorio, fa radicare usi e costumi che contraddistinguono l’area per almeno mille anni. Tuttora,  se si interrogano gli anziani sulle prassi irrigatorie rispondono facendo riferimento alle modalità consolidate dalla tradizione ed apprese da questi religiosi. Ancora gli amministratori sono chiamati a risolvere divergenze legate agli usi civici, originatisi appunto in questo contesto grazie all’azione di questi colonizzatori venuti dall’Est. Una testimonianza è tratta proprio dai toponimi con i quali si indicano selve, foreste, zone ancora chiuse all’agricoltura.

     Usi civici, parlamenti, statuti a livello di tradizione rimangono nel nostro DNA, probabilmente una delle testimonianze più significative della capacità di compenetrazione tra tempo sacro e tempo profano che ha generato una civiltà armonica nel rispettare le potenzialità del proprio ambiente. Quando si è dovuta confrontare con i processi di modernizzazione, risultando molto più debole, essa è stata completamente ridimensionata. Ecco un motivo della flessione demografica del 22 % in dieci anni, un trend iniziato dopo il 1860 e continuato fino ai giorni nostri. La popolazione per sopravvivere deve emigrare, giacché il modello di riferimento non garantisce un equilibrio autoctono. Da qui le distorsioni alle quali difficilmente possono porre riparo ecologia, partito dei verdi, ambientalisti, perché sono venute meno le ragioni e la cultura che inducevano la popolazione a porsi in una dimensione di rispetto verso il territorio giacché le dinamiche del possesso non erano ancora regolate dal concetto borghese di proprietà, che ha garantito al titolare di fare della terra quello che vuole. Grazie appunto all’insegnamento dei monaci era prevalso, invece, il diritto d’uso, tenendo sempre presente il bene comune, come attestano ancora gli statuti. L’uso del demanio veniva sorteggiato durante la sessione del parlamento al quale partecipavano tutti i capifamiglia. Chi quell’anno si vedeva assegnato un determinato terreno era obbligato a piantare determinati generi per assicurare un minimo di auto-consumo e prevenire la costante paura di penuria con tutto quello che poteva significare in termini di tragiche esperienze quotidiane: fame, carestia, morte per inedia.

     Tutto ciò è rimasto stratificato come un valore nel popolo; ma oggi sembra insidiato non tanto dalla flessione della popolazione, una conseguenza fisiologica, alla quale fa da contrappeso il periodo estivo quando il paese si rianima. Probabilmente, questo bisogno di ritornare alle radici compensa dei sacrifici degli altri nove mesi dell’anno in cui si vive, non dico in solitudine, ma quasi. E’ importante perciò capire se è ancora possibile mantenere un’identità col relativo orgoglio di appartenenza, senza sentirsi vecchi perché si vive in un ambiente che non è benedetto dall’ultimo ritrovato della tecnologia, ma da una popolazione, da una psicologia collettiva che sente l’orgoglio di essere antica, cioè di evere radicamenti che, rispetto all’attuale quotidiano, che rende appunto effimero tutto secondo la logica dei mercati, scopre o riscopre l’importanza dell’essere sull’avere.

    Chi si fa carico di tutto ciò? La società civile, il potere politico, il ceto dirigente. Ancora una volta, come è capitato nei momenti di maggiore crisi in questo territorio, come in tutta la penisola, nei momenti di difficoltà il pre-politico emerge nello svolgere la sua azione di supplenza. A livello italiano l’abbiamo sperimentato dal 1943 al 1945, quando crolla lo stato ed il pre-politico emerge impegnandosi a salvare il salvabile. Non siamo a quei livelli di tragicità, però, anche a giudicare dall’assenza di tante autorità invitate ad alle quali è demandato istituzionalmente il compito di cercare soluzione ai problemi del nostro quotidiano, ancora una volta, come mille anni, quando il pre-politico fu rappresentato dai monaci, oggi la Parrocchia in tanti piccoli paesi, come San Biase, di fatto si vede assegnato questo compito. E’ sufficiente la seguente considerazione: quando nel Cilento si è costretti a chiudere una chiesa per mancanza di preti, il piccolo agglomerato, precipitato al rango di paese-dormitorio, si avvia ad essere il paese del silenzio, dove l’animazione maggiore forse si riscontra nel cimitero.

   Grazie, perciò, a don Aniello per la serata da lui organizzata, grazie al signor Sindaco per la sensibilità manifestata nel suo intervento. E, prendendo spunto dagli stimoli emersi in questo seminario, facciamo ancora una volta mente locale alla presenza dei santi protettori raffigurati negli affreschi appena recuperati. La loro biografia sintetizza i due polmoni del cristianesimo: come diceva il compianto pontefice Giovanni Paolo II, l’Est e l’Ovest, l’Occidente e l’Oriente. La riscoperta di queste affinità e della radice comune infonda nuovo vigore ad un Occidente allo sbado e assuma coscienza della propria missione, del proprio ruolo nel preservare le libertà che ha conquistato, a volte con tante difficoltà, e che oggi, a causa di una pavida e tiepida tecnica globalizzante, rischia di veder affievolita la propria identità, insidiata dai ricatti di chi, probabilmente, è approdato nel XXI secolo, ma non riesce ad inserirsi perché non ne comprende le ragioni, le prospettive e le speranze.

    Rispetto ai modelli prevalenti, ai processi di crescita, alle dinamiche culturali, dei quali a San Biase si ha una esperienza a volte solo velata, gli affreschi appena recuperati diventino un autentico monumentum, utile anche per riscoprire la funzione sociale della parrocchia, la quale, tra l’altro, sovente è l’unico luogo capace di preservare ed irrobustisce l’identità di un paese rispetto a modelli eterodiretti. Questa rinnovata attenzione aiuta a recuperare non solo la sua concezione giuridica e teologica, ma a vivificare il suo ruolo di collante comunitario. Del resto, una breve lettura storica-documentaria delle vicende passate è sufficiente per esaltarne la portata, riproponendo l’attualità di una esperienza millenaria. Infatti, sorta per rispondere al bisogno di regolamentare la vita religiosa in un particolare territorio, l’entroterra velino, nel lungo periodo essa ha vissuto i radicali mutamenti che hanno fatto di una città del Mediterraneo un luogo di rifugio legato alle ragioni socio-economiche e culturali della montagna. Dal cristianesimo sub-apostolico si è passati alla rievangelizzazione basiliana, come testimoniano toponimi e santi protettori, quando soprattutto sul lavoro come occasione di redenzione si è fondata la catechesi concreta dai monaci. In tal modo la comunità si è organizzata in un culto, divenuto linguaggio condiviso, ha accettato un epos, facendone una esperienza tramandata, ha condiviso un ethos, codice di valori vissuti che hanno costituito la filigrana di secoli di esperienze, il cui riflesso e ricordo oggi si riscontra nei parlamenti, negli statuti, nelle congreghe, negli usi significativamente segnati dalla compenetrazione di tempo sacro e profano. Questo sistema di vita oggi è insidiato da una percezione del culto come mera sclerosi di gesti, da un epos sempre più imposto dal di fuori, da un ethos incompreso e contestato dalle giovani generazioni, vittime di un etica dell’avere rispetto a quella del saper essere comunità. In questa prospettiva è ancora lecito sperare?

    La tendenza a percepire un futuro, che appare sempre meno luminoso, enfatizza il ruolo dei leader nelle comunità; tra essi in paesi come San Biase una funzione particolare è svolta del prete, ma che senso può avere se si cerca di ridurre la religione a fatto privato? In tal modo si dissolve anche l’ultimo collante che mantiene unita questa, come tante altre comunità del Cilento. Invece, la parrocchia, comunità di fede e di culto che celebra l’Eucarestia, conserva una insostituibile funzione sociale proprio mentre esercita la diaconia dell’amore di Dio in Cristo con il suo impegno di carità, che è il compito della Chiesa nelle sue molteplici strutture. Così, per riscoprire i valori identitari e riconquistare una vitalità comunitaria, nella speranza di concludere il III millennio appena iniziato, come éschaton, vale a dire un traguardo finale al quale tutti sono chiamati, occorre recuperare la tensione verso futuro ed il desiderio di realizzarlo in una capacità di attesa, che non è un mero impegno materiale per il progresso, ma anche una categoria dello spirito, paradigma di un mondo migliore, cioè qualitativamente diverso.

Prof. don Luigi Rossi

 

Share/Save/Bookmark